Inchiesta · Caso N°1

Il burattino e il burattinaio

Apertura di un'inchiesta a puntate sul più grande avvelenamento ambientale mai accertato in Italia.

PFASCorte d'Assise di VicenzaSolvay · SyensqoDuPont · ChemourscC6O4 · GenX

Ogni settimana, una puntata. Racconteremo il caso Miteni: l'avvelenamento da PFAS che ha contaminato le falde di tre province del Veneto, qualificato da un giudice penale come disastro e avvelenamento dolosi. E porremo la domanda che in Italia nessuno ha portato fino in fondo: perché la giustizia ha colpito chi ha scaricato il veleno — la piccola Miteni, oggi fallita — e non chi quel veleno lo ha progettato, fatto certificare, prodotto, e ne ha incassato il profitto?

La nostra bussola sarà un documento pubblico — la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza — e le interpretazioni che se ne possono dare. Una puntata alla volta.

1. Cattive acque. Le nostre erano peggiori

Nel 2019 riempivamo le sale per Cattive acque: la storia vera dell’avvocato Robert Bilott che, dai primi anni Duemila, trascinò DuPont in tribunale per il PFOA e fece vincere agricoltori e cittadini del West Virginia. Ci indignavamo per l’America. Non sapevamo che, nello stesso momento, l’acqua del Veneto era molto peggiore di quella del film — e che tra i produttori dei veleni c’era la stessa DuPont, insieme a Solvay.

Il PFOA non era un mistero. Era un segreto. Documenti interni emersi nei processi americani provano che DuPont e 3M ne conoscevano la tossicità da decenni: già nel 1970 un laboratorio di DuPont lo definiva «altamente tossico» per inalazione; nel 1980-81 le due aziende appresero di malformazioni nei figli di operaie esposte e tacquero; nel 1984 test segreti di DuPont trovarono il PFOA nell’acqua potabile di comunità vicine. La scienza c’era. Stava nei cassetti dell’industria, che la studiava in riservatezza e spesso non la diceva.

È il primo, imbarazzante ritardo: quello della conoscenza pubblica. Il sapere privato resta nascosto; il dibattito scientifico aperto arriva tardi e, ancora oggi, resta sottotraccia salvo nei luoghi della tragedia; la percezione collettiva arriva per ultima. E un disastro che nessuno percepisce è un disastro che nessuno ferma in tempo. È esattamente ciò che ha aggravato il caso Miteni: per anni, mentre il veleno scorreva, l’allarme non è scattato.

I numeri pubblici, intanto, si sono accumulati. Il C8 Science Panel statunitense (2011-2012) accertò un nesso probabile tra PFOA e tumore del rene e del testicolo. Nel 2019 il PFOA è stato inserito tra gli inquinanti organici persistenti della Convenzione di Stoccolma. Nel 2023 lo IARC lo ha classificato cancerogeno certo per l’uomo (Gruppo 1), accanto ad amianto e tabacco. E nel 2024 gli Stati Uniti hanno fissato un limite nell’acqua potabile di 4 nanogrammi per litro: la misura di quanto basti poco a fare danno. I PFAS sono una questione di salute pubblica globale. In Italia, per troppo tempo, l’abbiamo guardata al cinema.

2. Il PFOA fuori gioco, la fuga nei succedanei

Dal 2006 l’EPA mette il PFOA fuori gioco: con il PFOA Stewardship Program le otto grandi aziende del settore — tra cui Solvay e DuPont — si impegnano a ridurlo del 95% entro il 2010 e a eliminarlo entro il 2015. Per non perdere mercati miliardari, le multinazionali creano in fretta i sostituti: DuPont brevetta il GenX (2009); Solvay lavora dal 2002 al cC6O4 e lo registra nel 2011. Li presentano come più sicuri — meno persistenti, meno tossici — ma li introducono in fretta, senza che gli effetti reali fossero davvero noti.

Qui entra in scena l’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, e il regolamento REACH. Il percorso è preciso: si registra la sostanza (è il produttore a fornire i dati); se risponde a certi criteri di pericolosità la si iscrive nella Candidate List delle sostanze estremamente preoccupanti (SVHC); da lì può passare all’autorizzazione o alla restrizione. Solvay imboccò la via più lasca: nel 2011 registrò il cC6O4 come «intermedio di produzione non destinato a rilascio ambientale», una categoria che richiede molti meno dati. Una dichiarazione che, alla luce di ciò che è seguito, non ha retto alla prova dei fatti.

L’esito di scrupolo va detto con esattezza, perché qui le due molecole non hanno avuto la stessa sorte:

  • il GenX è stato iscritto dall’ECHA nella Candidate List come SVHC nel 2019, e la Corte di giustizia UE ha confermato la classificazione nel 2022;
  • il cC6O4 di Solvay, invece, non è mai stato classificato SVHC. Registrato come “intermedio”, è sfuggito alla rete. Lo si è ritrovato nel Po, a Milano, a Torino, fin sulle Alpi — eppure, formalmente, resta non classificato. Anzi: nel 2021 Solvay ha bloccato presso il laboratorio americano Wellington la vendita dello standard analitico del cC6O4, ostacolando il monitoraggio anche delle agenzie pubbliche. Chi controlla la rilevabilità del proprio inquinante, ne controlla l’esistenza ufficiale.

(È in corso, dal 2023, una proposta di restrizione dell’intera famiglia dei PFAS presentata all’ECHA da cinque Paesi europei: una delle più ampie mai avanzate. Tardiva, ma indicativa di dove va il mondo.)

Sono questi prodotti — il cC6O4 di Solvay e il GenX di DuPont — a finire a Trissino, da Miteni.

3. Il burattino e il burattinaio

Perché due giganti mondiali affidano le loro molecole più delicate a una piccola azienda veneta? Perché — è la tesi di questa inchiesta e degli esposti — Miteni non era un fornitore: era uno schermo.

Il cC6O4 è la “firma molecolare” di Solvay: brevetto esclusivo, know-how proprietario, registrazione europea come dichiarante principale. Miteni vi figura solo come co-dichiarante, e solo per il recupero: lavorava su resine e schede tecniche fornite da Solvay. Da sola non avrebbe potuto produrre nulla. Su questo si regge il “ciclo delle resine”: Solvay manda da Spinetta a Trissino le resine cariche di cC6O4 per il recupero, Miteni estrae il prodotto e lo restituisce — e si tiene i rifiuti pericolosi. Per un colosso che ha in casa ogni tecnologia, esternalizzare la fase sporca è economicamente assurdo: ha senso solo come spostamento del rischio, ambientale e legale, su un’altra società e in un’altra regione, dove i controlli erano più deboli.

Tre fatti, letti alla luce della sentenza, rendono lo schema riconoscibile. Nel 2009 Miteni viene venduta per un euro al fondo lussemburghese ICIG e al vertice arriva un manager che veniva dallo stabilimento Solvay di Spinetta (poi condannato). Nel 2018, quando Miteni va verso il fallimento, Solvay riprende in giornata la produzione di cC6O4 a casa propria: prova che Trissino era un reparto sacrificabile, riassorbibile in qualsiasi momento. Miteni scarica, Miteni è condannata. Ma se Miteni era il burattino, il burattinaio è rimasto nell’ombra: Solvay e DuPont non sono mai state imputate, né chiamate alla bonifica, né citate per il danno.

E i burattinai sono due. Lo stesso schema vale per DuPont e il suo GenX, l’altro succedaneo del PFOA: di nuovo Trissino come terminale dei rifiuti, di nuovo il recupero e il ritorno del prodotto. DuPont, però, entra più tardi — e il momento che sceglie dice tutto (lo vedremo tra poco).

È il paradosso della sentenza, ed è il motore di questa inchiesta. La Corte d’Assise di Vicenza ha condannato i manager di Miteni e i soggetti riferibili a ICIG e Mitsubishi: i soli che l’accusa aveva portato a giudizio. Solvay e DuPont sono rimaste fuori — perché fuori le aveva lasciate la contestazione, non perché la loro ombra non ci fosse. Ma la motivazione racconta altro: descrive le resine che arrivano da Solvay e il prodotto che torna indietro, il contratto di conto-lavorazione deliberato ai vertici, gli scarti e gli IBC, il GenX spedito da Dordrecht. Riga per riga, posa le fondamenta del caso contro i mandanti. La condanna si ferma all’esecutore; la sua stessa motivazione indica chi manca.

Le parole contano: la condanna dei manager Miteni è un fatto; la responsabilità di Solvay/Syensqo e DuPont/Chemours è, oggi, un’ipotesi — la tesi che metteremo alla prova, puntata dopo puntata.

4. La più grande, la più ignorata

La contaminazione ha avvelenato le falde di Vicenza, Verona e Padova: almeno 350.000 persone hanno bevuto per anni acqua inquinata da miscele di vecchi e nuovi PFAS — una delle più estese contaminazioni d’Europa. Lo studio dell’Università di Padova con l’Istituto Superiore di Sanità (Environmental Health, 2024) ha contato, nella sola “zona rossa” (30 Comuni, ~150.000 abitanti), tra il 1985 e il 2018 51.621 morti contro 47.731 attesi: 3.890 decessi in eccesso, per malattie cardiovascolari e tumori. Per la prima volta è stato dimostrato il nesso tra PFAS e mortalità cardiovascolare.

E qui torna il ritardo della scienza, stavolta nostro. Il monitoraggio sistematico dei “nuovi PFOA” parte solo nel 2018-2019, quando erano nell’ambiente da almeno dieci anni. Manca ancora uno studio epidemiologico sui lavoratori delle fabbriche, i più esposti. Lo studio che ha messo i numeri sui morti è arrivato tardi, e più dalla pressione dei cittadini che dalle istituzioni. Al disastro più grande è corrisposta la curiosità più tiepida.

5. Il confronto che imbarazza

Le stesse due aziende, altrove, pagano. Negli Stati Uniti, per vicende PFAS analoghe: DuPont/Chemours/Corteva, 1,185 miliardi di dollari nel 2023 ai sistemi idrici (più un’intesa col New Jersey annunciata oltre i 2 miliardi); Solvay, circa 393 milioni col New Jersey. Sono transazioni civili, non condanne penali — lo diciamo con precisione. Ma il messaggio è chiaro: dove esiste pressione giudiziaria, chi ha prodotto i PFAS paga miliardi. In Italia la Corte d’Assise ha riconosciuto risarcimenti notevoli per la prassi nazionale (circa 58 milioni al Ministero dell’Ambiente, decine di milioni a oltre 300 parti civili), ma incommensurabili rispetto a quella scala — e che rischiano di restare sulla carta, perché chi è stato condannato è fallito.

6. Chi non vigila, poi fa la vittima

Poi c’è il fallimento dei controlli pubblici, a ogni livello. Nel 2013 ARPA Veneto trova il cC6O4 agli scarichi di Miteni: è l’allarme, il disastro sta emergendo. Un anno dopo, invece di chiudere, la Regione Veneto apre: l’AIA del 2014 autorizza il recupero e lo smaltimento dei PFAS senza fissare limiti allo scarico dei nuovi composti — e da allora ARPA smette perfino di cercarli. È quella stessa porta spalancata a far entrare DuPont, che proprio dal 2014 comincia a spedire a Trissino, dalla sua fabbrica olandese di Dordrecht, i rifiuti carichi di GenX, in fuga dai controlli che in Olanda si facevano stringenti. Il Veneto consente ciò che altrove non si tollera più. È il meccanismo classico — l’industria “porta lavoro e soldi” (la gran parte dei quali, però, resta a lei) e chi dovrebbe vigilare chiude gli occhi. Il Ministero dell’Ambiente, pur in presenza dei requisiti di legge, non ha istituito il Sito di Interesse Nazionale che avrebbe imposto bonifiche serie. È una pratica che ha del neocoloniale: i rischi che altrove non si possono correre vengono spostati qui, e dentro l’Italia da una regione all’altra.

E quando il disastro emerge, accade il ribaltamento: lo stesso ente che aveva aperto la porta — la Regione Veneto — si costituisce parte civile, cioè tra le vittime. Da chi doveva rispondere a chi chiede di essere risarcito. In questa inchiesta ha un nome: responsabilità politica.

A valle, infine, il diritto civile arranca: la prima azione collettiva italiana (circa 40.000 adesioni, 2 miliardi richiesti) è diretta contro Miteni — fallita — e i suoi azionisti Mitsubishi (responsabile solo fino al 2008) e ICIG (fondo lussemburghese). Per le vittime, il rischio concreto è il buco nell’acqua.

7. Il diritto c’è già

L’errore più diffuso è credere che in Italia il mandante non si possa colpire. È falso, e da penalista lo dimostrerò norma per norma. Ci sono il concorso (art. 110 c.p.), che non richiede di stare sul luogo del fatto; la responsabilità per omissione di chi ha una posizione di garanzia (art. 40, comma 2); l’avvelenamento di acque (art. 439) e il disastro; i delitti ambientali del 2015; la responsabilità degli enti (D.Lgs. 231/2001); e ora la nuova direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, recepita nel 2026.

C’è soprattutto un punto che da solo regge l’accusa, e che troppi fingono di ignorare: il diritto dei rifiuti. La normativa europea e italiana — la direttiva quadro 2008/98/CE e il Codice dell’ambiente (D.Lgs. 152/2006) — impone a chi produce un rifiuto un dovere di controllo sull’intera catena di gestione, fino allo smaltimento finale, sotto il principio per cui «chi inquina paga». Il produttore non si libera della responsabilità consegnando il rifiuto a un terzo — tanto meno se quel terzo non è autorizzato o opera illegalmente. «Io ho conferito il cC6O4 a Miteni e non so che fine abbia fatto» non è una difesa: è la descrizione di una colpa (in eligendo e in vigilando), quando non di un dolo. Chi crea la sostanza e la immette nel ciclo risponde di come finisce.

Se, con tutti questi strumenti, il mandante non viene perseguito, la spiegazione non è giuridica. È politica.

8. Metodo

Due regole, perché l’inchiesta sia rigorosa prima che indignata. Le fonti: lavoriamo sulla sentenza della Corte d’Assise di Vicenza — fatto pubblico e accertato — e sulle interpretazioni che se ne danno. Accanto, ci sono atti autonomi e distinti dal processo Miteni: gli esposti-denunce depositati, separatamente, alle Procure di Alessandria e di Vicenza, che chiedono di indagare i soggetti a monte. Il rispetto delle persone: i manager Miteni sono condannati, è un fatto; la responsabilità di Solvay/Syensqo e DuPont/Chemours è un’ipotesi, non una condanna. Useremo, sempre, le parole giuste.

9. Il calendario

Da qui parte il viaggio. Una puntata alla settimana: i fatti, i passaggi-chiave della sentenza, lo schema della filiera (il ciclo delle resine, lo schermo societario, la firma molecolare), il confronto con il mondo, la prova della tesi giuridica — che colpire i mandanti non solo è giusto, ma è già possibile con le leggi che abbiamo.

La domanda non è “si può?”. È: perché non si è fatto?

Alla prossima settimana.

Nota sulle fonti

Cattive acque (Dark Waters, 2019): caso PFOA DuPont/Parkersburg, avv. Robert Bilott. Occultamento storico: documenti interni (via contenziosi USA, archivi UCSF/EWG/UCS) provano che DuPont e 3M conoscevano la tossicità di PFOA/PFOS dagli anni ‘70-‘80 (memo Haskell 1970; malformazioni in figli di operaie 1980-81; test segreti su acqua potabile 1984). PFOA: C8 Science Panel (2011-2012, nesso probabile rene/testicolo); inserito nei POP della Convenzione di Stoccolma (2019); IARC Gruppo 1 (nov. 2023); PFOS 2B. EPA acqua potabile (2024): 4 ng/L PFOA/PFOS. EPA PFOA Stewardship Program (2006): −95% entro 2010, eliminazione entro 2015; tra le 8 aziende Solvay e DuPont. Succedanei: GenX/HFPO-DA (DuPont, brevetto 2009) — SVHC ECHA 2019, confermato Corte UE 2022; cC6O4 (Solvay, lavorato dal 2002, registrazione REACH 2011 come «intermedio non destinato a rilascio ambientale», Lead Registrant) — non classificato SVHC; nel 2021 Solvay blocca lo standard analitico cC6O4 presso Wellington Labs. Procedura ECHA/REACH: registrazione → Candidate List (SVHC, art. 57) → autorizzazione (All. XIV) / restrizione (All. XVII); proposta di restrizione universale PFAS presentata da 5 Paesi (2023, in valutazione). Mortalità “zona rossa”: A. Biggeri et al., Environmental Health 2024, vol. 23, art. 42 (30 Comuni, ~150.000 ab.; 1985-2018: 51.621 osservati vs 47.731 attesi = 3.890 in eccesso; SMR 108) — DOI 10.1186/s12940-024-01074-2. Esposizione complessiva area veneta: ~350.000 persone. Settlement USA: DuPont/Chemours/Corteva 1,185 mld $ (2023) + intesa NJ oltre 2 mld $; Solvay/NJ ~393 mln $ (2023). Risarcimenti Vicenza: ~58 mln € Ministero Ambiente, oltre 300 parti civili. Diritto dei rifiuti: dir. 2008/98/CE e D.Lgs. 152/2006 (responsabilità del produttore lungo l’intera filiera; «chi inquina paga»). Quadro penale: artt. 110, 40 cpv., 439 c.p.; L. 68/2015; D.Lgs. 231/2001 art. 25-undecies; D.Lgs. 81/2026 (dir. UE 2024/1203). Fallimento dei controlli e mancata istituzione del SIN: ricostruzione dell’inchiesta. Schema “schermo/ciclo delle resine/firma molecolare”: ricostruzione su sentenza ed esposti (tesi, non condanna, quanto a Solvay/DuPont).

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