Inchiesta · Caso N°2

Ungheria, il fantasma della P2 nel XXI secolo

La storia di un'indagine mai davvero iniziata. Puntata 0 — Premessa e guida alla lettura.

Loggia UngheriaP2EniOPL 245Piero Amara

Con questa Puntata 0 si apre la seconda inchiesta del blog: il caso «Ungheria». Alla fine del 2019 Piero Amara — per quasi quindici anni avvocato dei dossier più delicati di Eni — dichiara ai PM di Milano l'esistenza di un'associazione segreta che sarebbe l'erede della P2: una sessantina di nomi eccellenti, una lista custodita a Dubai, lo scopo di occupare gli snodi del potere, CSM compreso. Più di sei anni dopo, nessun processo ha accertato se Ungheria esista o no: l'indagine è stata archiviata a Perugia, dichiaratamente per l'impossibilità di approfondire dopo la «fuga di notizie»; il processo per calunnia contro Amara giace a Brescia. Lo scandalo che qui si racconta non è la loggia: è l'indagine che non c'è mai stata. La premessa che segue dà al lettore il contesto necessario: dalla P2 a Tangentopoli, da Mattei a OPL 245.

Questa è una storia che ha occupato le prime pagine delle cronache giudiziarie per alcune settimane, quando è esplosa con le dichiarazioni rese a varie Procure d’Italia da un «pentito», Piero Amara, avvocato di Eni, al tempo dei fatti, assai influente dentro e fuori Eni, intorno a un’associazione segreta denominata Ungheria che sarebbe stata una sorta di prosecuzione della P2.

Un suo collaboratore, Calafiore, anche lui avvocato, dichiarò alla Procura milanese di poter recuperare la lista completa degli affiliati a Ungheria a Dubai, dove era custodita da un fiduciario.

L’attenzione pubblica è rapidamente scemata e si è imposta la narrazione che Ungheria fosse una calunnia commessa da Amara contro le persone di cui aveva fatto un elenco sommario alla Procura di Milano.

Sennonché — e in ciò consiste l’interesse pubblico a capire meglio — le indagini giudiziarie subirono innumerevoli intoppi e di fatto non si può dire che siano state approfondite: da Milano, dove accaddero fatti noti solo in parte, passarono a Perugia, dove il Procuratore riconobbe che la «fuga di notizie» sul contenuto dei verbali di Amara aveva reso impossibile un’indagine approfondita; il procedimento con l’archiviazione del Gip tornò a Milano dove, senza ulteriori indagini, sebbene espressamente richieste dal GUP Salvini, andò dinanzi al Tribunale con la contestazione ad Amara del delitto di calunnia e le numerose costituzioni di parte civile di molti dei presunti «ungheresi».

Il Tribunale dichiarò la propria incompetenza e il procedimento fu trasferito a Brescia, dove tuttora giace.

Quella che segue, è, dunque, la cronaca di un’indagine giudiziaria chiusa senza mai essere stata realmente aperta.

La rilevanza storica e politica di un approfondimento, fondato sulle poche carte giudiziarie disponibili, è evidente e ad esso mi accingo.

Quella che segue è una breve, sommaria, guida alla lettura con poche notizie di contesto utili, spero, a inquadrare la complessa e non sempre trasparente storia dell’indagine «Ungheria» in un quadro più ampio.

P2 a…

Le liste della P2 le trovarono due grandi magistrati di Milano, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, il 17 marzo 1981, a Castiglion Fibocchi: novecentosessantadue nomi — generali e capi dei servizi, prefetti e questori, banchieri, parlamentari, magistrati. [1]

E non erano tutti: le liste ufficiali sono ritenute incomplete, e a Montevideo restano custoditi documenti della P2 tuttora segretati; che esista altrove, al sicuro, una lista «più aggiornata» è ipotesi che circola da decenni — e che, comunque, nessuno in Italia si è preso la briga di verificare davvero. [1-bis]

L’indagine milanese fu presto trasferita a Roma, dove era destinata a fermarsi, nel Porto delle Nebbie.

Della P2 sono rimaste, nella storia d’Italia, alcune tracce significative.

Il Parlamento emanò una legge — la legge detta «Spadolini-Anselmi» [4] — che doveva mettere al bando le associazioni segrete simil-P2 e che, in effetti, la P2 sciolse e poco d’altro fece.

La «Spadolini-Anselmi» nacque, con qualche garbuglio ermeneutico non accidentale, perché restasse lettera morta per il futuro.

Tina Anselmi aveva guidato i difficili lavori della Commissione parlamentare sulla P2, che ebbe importanza storica proprio perché ci fu, e non per i suoi effetti di verità e di trasparenza della vita pubblica in Italia, che furono pochi.

È però ancora oggi possibile leggere le relazioni parlamentari conclusive — tra cui quella di minoranza del radicale Massimo Teodori, che impressiona ancora. [4]

Tra gli «apprendisti muratori» eccellenti della P2 c’era anche Silvio Berlusconi (tessera n. 1816 [2]).

Il biennio 1992-1994 portò stragi feroci, che non è così facile credere fossero di sola matrice mafiosa, e quel sangue, oggettivamente, unitamente alle coeve indagini milanesi di Tangentopoli che concausarono il collasso della Prima, aprì il terreno alla nascita della Seconda Repubblica, che proprio Berlusconi avrebbe guidato, almeno dapprincipio.

I processi romani alla P2 del 1994 tolsero gli ultimi ostacoli sulla via che si apriva, che non era la lotta al potere occulto in Italia.

A Roma, nel 1994, fu naturale, cioè conforme allo Spirito del Tempo che la P2 uscisse dai processi con un’immagine pulita, edulcorata quanto bastava.

L’accusa di cospirazione politica l’aveva sostenuta, battendosi perché non cadesse, una PM, Elisabetta Cesqui, che la memoria pubblica ha avuto cura di dimenticare.

Il caso giudiziario si chiuse con la formula «perché il fatto non sussiste» (e così confermata in appello nel 1996). [3]

La P2, come associazione e come potere occulto, per il diritto penale divenne solo un fantasma perché di essa si disse che non fosse mai esistita: era solo un club d’élite per coltivare affari nel mondo.

Nel coevo (1991-1996) processo al vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, istruito dai giudici Pizzi e Bricchetti con il PM Dell’Osso, il Tribunale condannò con la dovuta severità tutti gli imputati, tra cui ex membri autorevoli della P2. [19]1

L’ingerenza della P2 nel vecchio Banco Ambrosiano fu quindi sancita da un Tribunale e poi confermata nei gradi successivi, in modo incoerente con la giurisprudenza romana.

Nelle carte dell’Ambrosiano affiorò in tempi recenti un documento che legava i fondi neri del Banco di Calvi — in cui la P2 era penetrata profondamente — a Gelli e al probabile finanziamento della strage di Bologna del 2 agosto 1980: matrice nera, soldi «bianchi».

Un nesso che, decenni dopo, la giustizia avrebbe riconosciuto, indicando in sentenza Gelli come mandante e finanziatore della strage. [20]

La P2 esisteva allora, come instrumentum regni del potere? O era solo un club d’élite per opportunità di affari tra gli adepti?

Non si può dire che la notizia dei processi che delineavano un nesso concreto tra l’eversione «nera» e il Potere oscuro dello Stato abbia generato grande interesse in un’opinione pubblica sempre più anestetizzata e resa passiva.

PM e giudici ci riprovarono ancora — con le indagini napoletane sulla «P4» — in un clima di crescente sfiducia che l’occulto potesse davvero venire alla luce. [5]

Poi, con la Caduta del Muro, il mondo cominciò ad accelerare, e il potere ad adeguarsi.

La Globalizzazione del Capitale produsse la Globalizzazione del Potere, sempre più indifferente ai lacci e lacciuoli che lo Stato di Diritto impone.

La propensione delle élites a governare al di fuori dei binari tracciati dalla Costituzione aveva la possibilità di crescere, in corrispondenza della decrescita del potere dello Stato.

Quote sempre maggiori di sovranità migrarono fuori dal recinto dello Stato di diritto, verso cerchie sempre più ristrette di oligarchi, sempre più globalizzate.

Il fenomeno è stato descritto approfonditamente da una notevole letteratura, soprattutto americana.

Lo Stato liberaldemocratico diventava un impaccio per l’esercizio del potere reale, sebbene, all’esterno, esso continui fino ad oggi a fare da elegante copertura.

Storicamente, si può congetturare che le condizioni oggettive del rapporto tra Potere Giudiziario e Potere economico-politico, nel nostro Paese, erano più che altrove favorevoli alla rinascita del governo occulto e incostituzionale del potere.

Tra queste la paura — direbbe Marx — del Capitale verso il nemico di classe, mediato non dal Partito, ma dalla Magistratura.

Tangentopoli — 1992-1996 — segnò un punto di svolta con l’umiliazione subita dal Capitale e dalla Politica, costretti a salire sul banco degli imputati in un rito collettivo feroce, quale fu «il processo Cusani» in diretta TV.

Il quotidiano tintinnare di manette parve a molti una svolta rivoluzionaria anticapitalista guidata dai Giudici col pretesto della Legge e alcune tragedie resero il clima politico e sociale particolarmente nervoso.

Il Paese era avvolto effettivamente dalla coltre di un sistema fuori della Legge, come era vero, non in toto, che i Giudici abusarono della Legge.

Divenne iconica la «maxitangente» Enimont.

Le indagini avevano fatto emergere il Patto Corruttivo tra Montedison ed Eni e il retrostante mondo politico per la chiusura dell’affare Enimont nel 1990. Emersero gravissimi fenomeni di corruzione in atti giudiziari, come parte di una lotta senza quartiere per il controllo di Enimont, che si placò solo col pagamento della cosiddetta maxitangente da Montedison al resto del mondo.

In pochi anni, le indagini persero, però, gran parte della forza propulsiva che avevano, anche per la reazione del mondo delle imprese e della politica che crebbe d’intensità, anche con l’uso di poteri che non venivano dalla Legge.

Appena dopo Tangentopoli scoppiava a Venezia la storica indagine di Felice Casson, che portò alla sbarra l’intero Gotha della Chimica italiana, pubblica, Eni, e privata, Montedison.

L’avvocatura dello Stato concluse che Eni, cioè lo Stato, e Montedison dovevano essere condannate al risarcimento del danno ambientale, quantificato in una misura che avrebbe portato Montedison al collasso e messo Eni, e lo Stato, in grave difficoltà.

Montedison cedette e pagò 500 miliardi delle lire di allora, ma il Tribunale, nella sorpresa collettiva, assolse tutti gli imputati.

Quasi all’unisono, i media, allora ancora tendenzialmente spostati a sinistra, criticarono la sentenza con maggiore o minore severità.

Casson aveva in pari misura abusato del diritto penale vigente e aperto strade che avrebbero potuto portare lo Stato a creare un diritto penale più aderente ai tempi attuali di quanto fosse il diritto penale del 1930.

Nei primi anni del XXI secolo esplodeva a Siracusa un’indagine di un PM, Maurizio Musco, contro Eni, caratterizzata dall’uso di una violenza giudiziaria superiore e di molto a quella dell’indagine veneziana, di cui doveva costituire la continuazione. [14]

Il fatto delittuoso, cagionato dalla presenza, nel Siracusano, di uno dei più grandi petrolchimici d’Europa, era noto e mai riparato, come era nota la grave eccedenza di mortalità della popolazione, e la casistica inquietante di malformazioni infantili.

Le due vicende processuali si conclusero con un insuccesso storico delle Procure, raggiunto con mezzi diversi a Venezia rispetto a quelli usati a Siracusa.

Impossibile non parlare di Eni.

Eni?

La storia suggerisce che Eni è sempre stata coinvolta nel lato più oscuro del Potere in Italia, forse perché perno essenziale del Capitalismo italiano, e quindi preda ambita e a sua volta predatore.

Uno storico dell’Italia contemporanea ha segnalato che in un rapporto del SISMI — risalente al 1983 — era scritto che il vero fondatore e capo della P2 fosse nientemeno che l’ingombrante figura di Eugenio Cefis: ipotesi mai vagliata in alcun processo, e dunque mai oggetto di sentenza. [12]

Da qui, chi vuole e ama il gioco delle libere associazioni può congetturare sul contenuto del capitolo di Petrolio di Pasolini intitolato «Lampi sull’ENI» (l’Appunto 21) che — solo o non solo per caso — è l’unico, nella versione del libro pervenutaci, a essere rimasto senza testo: titolo e pagina bianca.

Se sia stato scritto e poi sottratto, o mai davvero sviluppato, è ancora discusso. [13]

Ancora oggi è diffusa l’opinione che la morte di Pasolini nel 1975 possa essere collegata alle indagini che, col mezzo del romanzo, Pasolini conduceva.

«Io so. Ma non ho le prove», scriveva sul Corriere della Sera un anno prima di morire.

Cefis, del resto, è uno dei personaggi del romanzo Petrolio (sotto il nome di «Aldo Troya»; Mattei vi compare come «Bonocore»). [13]

Pasolini, per quel libro, ha attinto a un altro libro: un pamphlet uscito nel 1972 sotto lo pseudonimo «Giorgio Steimetz» — Questo è Cefis —, subito fatto sparire dalle librerie d’Italia.

Un’operazione, quella dell’anonimo, a quanto risulta, ostile a Cefis, promossa da ambienti che erano stati vicini a Mattei (l’editore era finanziato da Graziano Verzotto, uomo di Mattei); l’identità dell’autore resta dibattuta. [17]

Quel libro fu poi recuperato quasi per caso dal PM di Pavia, Vincenzo Calia, che alla fine degli anni Novanta riaprì le indagini sulla morte di Enrico Mattei — frettolosamente archiviate, negli anni Sessanta, come incidente.

Chiudendo le indagini con richiesta di archiviazione (2003), per l’impossibilità di nuovi accertamenti su fatti tanto lontani, Calia scrisse, dopo averlo provato con consulenze tecniche di peso, che Mattei fu ucciso da un ordigno, con ogni probabilità collocato a bordo durante lo scalo a Catania da cui l’aereo proveniva.

Il magistrato non poté individuare i mandanti, ma collocò il delitto nel contesto delle lotte di potere in Eni che, dopo la morte di Mattei, accelerano l’ascesa al vertice di Eni proprio di Eugenio Cefis. [18]

Il regista Francesco Rosi, nella preparazione del film Il caso Mattei, si avvalse della consulenza di un giornalista importante di Palermo, De Mauro, che poi scomparve senza lasciare traccia se non nei suoi appunti, che fecero pensare che avesse trovato prove rilevanti sui mandanti dell’omicidio.

La storia dell’Eni fu sempre storia della politica industriale e non solo dello Stato, in un intreccio raramente indagato a fondo e quasi sempre umbratile e impenetrabile.

Se Mattei usava i partiti della I Repubblica come fossero dei taxi per andare da un luogo all’altro, la prassi del finanziamento illegale della politica divenne consuetudine organizzata in Eni.

L’assetto di Eni, come Ente pubblico sotto il Ministero delle Partecipazioni Statali, per forza di cose, creava l’intreccio perverso documentato da varie fonti.

Suscitò grande scandalo il caso Eni-Petromin.

Nel 1992, la svolta?

Bernabè, CEO di Eni dal 1992 al 1998, portò a termine il collocamento in Borsa di Eni, a Milano e a New York, con una ristrutturazione radicale del Gruppo in cui Eni, da Ente Pubblico, e holding senza potere, diventava, come oggi, holding che accentra il potere gestionale sulle controllate. [21-bis]

La privatizzazione fu resa possibile anche dal coevo collasso della I Repubblica sotto i colpi di Tangentopoli, e fu governata dall’allora Direttore del Tesoro, Mario Draghi, con la direzione del Presidente del Consiglio, Amato.

Una rivoluzione copernicana per Eni, prima e da sempre — dopo Mattei e l’avvento di Cefis — governata da chi governava le società operative, da Agip a Snam a Enichem o Saipem e Snamprogetti, in stretto contatto con i boiardi della Prima Repubblica, che quella rivoluzione non gradivano.

Il vuoto di potere della Politica durò, però, poco, e gli interessi e gli appetiti di prima tornarono anche nella Seconda Repubblica.

Franco Bernabè fu attaccato senza soluzione di continuità, tra il 1992 e il 1998, da un potere che lui stesso, pubblicamente, ha definito P2. [11]

Sono stato testimone diretto del fatto che dalle indagini di Tangentopoli affioravano, allora, strani documenti investigativi che — illazione su illazione — provavano a coinvolgere a ogni costo Bernabè nei fatti della gestione Eni della Prima Repubblica.

Erano indagini teleguidate allora da corpi speciali dello Stato di cui è difficile provare a chi realmente rispondessero.

L’Eni di Bernabè aveva deciso, in piena Tangentopoli, di prestare collaborazione incondizionata alle indagini del pool di Milano, e la cosa non aumentò il numero degli amici, che temevano di non poter più fare i centomila affari che sempre avevano fatto.

E che finirono nella rete delle indagini.

Affari di Stato, come il raddoppio del Transmed tra Algeria e Italia, eseguito da Snam con Saipem e Snamprogetti in collaborazione con Sonatrach, rivelarono la corruzione sottostante.

Gli imputati di allora, al vertice di Snam, avrebbero voluto difendersi davanti ai PM invocando il Segreto di Stato, ma quelli non erano tempi propizi all’accoglimento di istanze che potessero fermare le indagini della magistratura.

Che infatti andarono avanti.

Tangentopoli e Eni

Molto emerse dalle indagini della Procura di Milano, soprattutto la figura di Pacini Battaglia, di cui si mormorava che avesse tanto potere da essere «appena un gradino sotto Dio», ma moltissimo restò negli armadi di Eni, perché le indagini si fermarono appena arrivate su quella misteriosa figura di banchiere che banchiere non era.

A Pacini toccò in sorte di evitare il carcere nel corso delle indagini in cambio di confessioni largamente incomplete e mai verificate con la dovuta attenzione.

Di questo sono testimone.

Scoppiava il caso Enimont, come accennato, e comparve, tra gli altri manager pubblici e privati nonché politici di quasi tutti gli schieramenti coinvolti, il personaggio di Bisignani, alle prime armi allora, da sempre sospetto di appartenenza alla P2, che fu condannato in primo grado e poi patteggiò la pena in appello per accuse di corruzione e finanziamento illegale. [9]

La sua influenza in Eni crebbe col passare degli anni.

Il sistema parassitario Eni-Politica non fu stroncato.

Nelle carte processuali emergeva la prassi della corruzione all’estero nei Paesi in cui Eni prelevava gas e petrolio necessari all’approvvigionamento energetico del Paese.

«Così fan tutti», si diceva.

Fiumi di denaro affluivano dalle consociate di Eni al mondo Pacini, e di lì deviavano verso mondi altrettanto occulti, senza lasciare traccia.

Ci torno tra un momento.

Le indagini sui fondi neri Eni terminano con poca gloria

Tutto finì nel silenzio.

Frettolosi patteggiamenti, spesso non poco generosi, consentiti dalla Procura a favore dei vecchi manager del Gruppo, che quindi uscivano dai processi (spesso con ricchezze quasi intatte nella banca di Pacini); condanna del solo Pacini Battaglia, con Eni scarsamente interessata parte civile.

Pacini, scontato qualche annetto di prigione, fece a tempo a tornare a fare quel che faceva prima.

La fretta di chiudere il caso Eni derivava, come accennato, anche dalle ombre che parevano addensarsi sul trattamento processuale di Pacini durante le indagini, nel corso delle quali, confessando la destinazione di solo piccola parte dell’immenso flusso di denaro che aveva amministrato, da «fiduciario», per conto di Eni, riuscì a scampare la custodia cautelare in carcere di cui allora la Procura e il GIP facevano amplissimo uso.

Pacini comparve anche nelle indagini sui fondi neri di Ferrovie dello Stato, che raggiunsero l’allora amministratore delegato, già Presidente di Enimont, che stava lavorando alla struttura finanziaria di uno dei primi progetti dell’Alta Velocità.

La sua rete criminale pareva senza fine.

Eni e la corruzione internazionale

Nelle carte che Eni aveva consegnato alla Procura, insieme a decine di Rapporti interni di Audit, emergeva il sistema della corruzione internazionale praticato da Eni negli anni Settanta e Ottanta.

Emergeva il ruolo misterioso di Pacini, al centro di una ragnatela di società fiduciarie cui affluivano enormi quantità di denaro dalle grandi Società operative di Eni, Saipem, Snamprogetti.

Nel mondo Pacini, poi, di quel denaro si perdeva ogni traccia, come fosse sparito nel nulla.

Pacini, come accennato, non volle rendere conto realmente del denaro né alla Procura né all’Eni di allora.

Il processo a Eni era stato costruito utilizzando l’appropriazione indebita che era stata contestata agli ex manager di Eni per aver usato il denaro per finalità estranee all’oggetto sociale.

La Convenzione OCSE sulla corruzione internazionale

La corruzione internazionale divenne delitto in Italia in forza dell’adesione alla Convenzione OCSE, nel 2000.

L’art. 5 della Convenzione OCSE vietava agli Stati membri di interferire in qualunque modo sulle indagini e sui processi interni per corruzione internazionale.

Parve a tutti, anche in Italia, un grande salto di civiltà, morale prima che giuridica.

Per due decenni l’Italia fu Paese guida per il rigore e la competenza nell’indagare la corruzione internazionale, soprattutto, di Eni.

Venticinque anni dopo, l’Italia ha subito lo sfregio di essere denunciata all’OCSE per violazione dell’art. 5 della Convenzione in relazione al processo per l’affare OPL 245 e le indagini contro Eni per l’attività criminale svolta allo scopo di inquinare il processo OPL 245.

Come avremo modo di discutere nelle prossime puntate, un ex avvocato di spicco di Eni, Amara, nel confessare i crimini commessi allo scopo di tutelare la figura del CEO di Eni di oggi, ha dichiarato di essere stato membro di un’associazione segreta definita col nome Ungheria.

Eni tra il 2020 ed oggi

Il potere di Eni in Italia e non solo in Italia è di molto aumentato con la crisi energetica autoindotta dall’Occidente europeo con la rottura con la Russia, che era il nostro maggior fornitore di gas e petrolio.

La ricerca di alternative è diventata questione di sopravvivenza in Italia come in Europa.

Eni, e in particolare l’attuale classe dirigente, ha storici fortissimi rapporti con l’Africa e, per questa ragione, diventava strategica per l’approvvigionamento energetico italiano ed europeo nell’attuale situazione.

Nei fatti, oggi, lo Stato pare aver ormai devoluto ad Eni poteri quasi sovrani in materia di politica energetica e quindi di politica estera, in particolare nei rapporti con l’Africa.

Il sistema di controllo democratico che un potere così grande deve avere è, però, ancora prevalentemente dettato dal Codice civile, come quello di una qualunque spa, quale Eni è, che operi in un mercato libero.

La crescente asimmetria tra potere e controllo pone le condizioni oggettive per l’ulteriore crescita di reti occulte informali in grado di non render conto alle Istituzioni dello Stato.

Il processo di accumulazione di potere di Eni, per sottrazione dello stesso allo Stato, è ancora in corso.

Le due condizioni — la necessità di difesa e autodifesa di Eni dal Potere Giudiziario, condivisa da tutte le grandi imprese italiane, che nel periodo 1992-1997 aveva dato prova di poter essere estremamente incisivo, e l’attuale crescente potere anche internazionale di Eni — creano la possibilità di un cortocircuito che forse era destinato a esplodere nel momento in cui il Potere Giudiziario, come ha fatto nell’ultimo decennio, bussava ancora alla porta di Eni con accuse pesantissime di corruzione internazionale commessa proprio in Africa, in particolare in Algeria e soprattutto Nigeria.

La scelta politica del Governo di affidare a Eni e all’attuale CEO la guida strategica del Piano Mattei per l’Africa, annunciato alla fine del 2022, che, almeno nei propositi, dovrebbe inaugurare relazioni coi Paesi dell’Africa non predatorie, tende a condizionare anche l’esito di processi penali, quali il caso Algeria e il caso Nigeria, in cui la condanna di Eni avrebbe fatto implodere dall’interno l’attuazione stessa del Piano.

Sussistono, cioè, tutte le condizioni per un conflitto di poteri che, per ovvie ragioni, deve svolgersi in un pericolosissimo vuoto in cui la legge e l’opinione pubblica non devono entrare.

Ungheria entra, o può entrare, in questo contesto di quasi eversione, o «stato di eccezione», in cui, cioè, non è la legge o il giudice a fare da arbitro, ma tende a degenerare in guerra feroce in cui contano, alla fine, i rapporti di potere più di qualunque altra cosa.

Di questo stato, cercheremo di parlare.

OPL 245 e…

Il punto di partenza per la ricerca che qui sarà proposta è l’affaire Eni-OPL 245-Nigeria, con cui, nel 2011, in piena era Scaroni-Bisignani, Eni movimentò circa 1,1 miliardi di dollari (dentro un’operazione complessiva da circa 1,3 miliardi), schermando l’operazione per tutelare e rendere invisibili i percettori finali del denaro. [6]

Nella sostanza, Eni non operò in modo tanto differente da come aveva sempre fatto, in passato.

Questa volta, però, lo schermo pareva il Governo della Nigeria.

Il contesto dell’affare era in sé poco favorevole alla trasparenza, poiché la licenza petrolifera OPL 245 era di Malabu, società-schermo di Etete, potentissimo ex Ministro del Petrolio che se ne era impossessato alla fine degli anni novanta.

Mentre a Milano partivano le indagini della Procura di Milano, dalla Procura di Napoli erano già emerse, nel 2010, intercettazioni in cui Paolo Scaroni, allora amministratore delegato di Eni, Luigi Bisignani — grande eminenza grigia del potere italiano —, Claudio Descalzi e l’intermediario Gianluca Di Nardo discutevano dell’andamento delle complesse trattative in Nigeria. [7]

Dei quattro che si parlavano, due — Bisignani e Di Nardo — non figurano nell’organigramma di Eni.

L’intercettazione di quelle conversazioni rivelava condotte astrattamente qualificabili — a mio giudizio — come un delitto di insider trading di notevoli proporzioni, che mai fu oggetto d’indagine.

La domanda — se sia o no delitto, forse, non è dirimente — resta, però, almeno necessità storica: a che titolo Di Nardo pretendeva di incassare qualche decina di milioni dagli 1,1 miliardi che Eni pagò in Nigeria?

I quattro — Bisignani, Scaroni, Descalzi, Di Nardo — conversavano anche di Emeka Obi, personaggio chiave dell’epopea nigeriana: il dilemma irrisolto è se questi fosse intermediario di Eni o di Etete, l’ex Ministro del Petrolio di Nigeria, titolare, con la società Malabu, della concessione OPL 245. [10]

La soluzione del dilemma vale l’identificazione del beneficiario finale di 200 milioni di dollari.

Nelle intercettazioni Obi sarebbe definito «il nostro omino nella giungla». [7]

Le regole interne dell’Eni vietavano il ricorso a intermediari esteri se non a condizioni rigide, ma per Eni aggirare quelle regole non è mai stato un serio problema.

Anche qui, come prima, non c’è risposta alla domanda sulle ragioni per cui Obi dovesse beneficiare di tanta ricchezza proveniente dai fondi Eni per OPL 245.2

La sentenza del Tribunale di Milano del marzo 2021 divenne definitiva molto tempo prima del fisiologico corso del processo, perché la Procura Generale decise di rinunciare all’appello del PM.

OCSE ha definito la sentenza contraria alla Convenzione che l’Italia ha firmato, come Paese fondatore di OCSE.

Chi ispirò l’affare?

Dalle carte emerge che sarebbe stato Bisignani a suggerire l’affare nigeriano a Eni.

È una voce, forse più di una voce, non un fatto; ma se è vera, rivela un’anomalia, perché Bisignani non poteva conoscere il mercato del petrolio meglio di Eni e tantomeno aveva autorità di raccomandare l’affare a Eni.

C’è uno strano vento, dietro l’affare nigeriano, e naturalmente le indagini non sono mai andate a vedere da dove soffiasse.

Claudio Granata, oggi Direttore delle Relazioni esterne di Eni e braccio destro di Descalzi, ha lasciato — in una memoria del 14 aprile 2019, «La storia così come io l’ho vista e conosciuta», sequestrata nel gennaio 2020 — il ritratto dell’enorme influenza di Bisignani in Eni: fu Bisignani, gli disse l’allora capo del personale Sardo, a imporre l’assunzione di Armanna, il «pentito», nel 2007. [21]

Armanna, anche lui, secondo Amara, in Eni e in Ungheria per volere di Eni, poi licenziato da Eni e poi «posato» da Ungheria, rotea nel processo con varie forme e incarna le ambiguità di un intero sistema di potere.

In questo più di lui fa solo Amara, che di Ungheria parla e di quel sistema è stato, per quasi quindici anni, rispettato e potente insider.

E nella stessa memoria Granata dà, senza volerlo, un riscontro a «Ungheria»: ricorda che Amara gli aveva chiesto di invitare l’amministratore delegato — Descalzi — alle cene «che si tenevano in una chiesa sconsacrata a Roma o vicino Roma», e che lui mantenne «un atteggiamento neutro». [21]

Che cosa fosse quel giro per le Chiese di Roma lo spiega lo stesso Amara ai pubblici ministeri: «quando volevo affiliare delle persone a Ungheria dovevo portarle in una chiesa accanto a San Giovanni in Laterano». [21]

Dai tempi della P2, però, i tempi erano ormai cambiati.

La P2 era stata un motore di politiche reazionarie spesso contigue all’eversione, talora alla violenza.

Come è andato a finire il processo per il caso OPL 245?

Il caso OPL 245, dopo la rinuncia all’appello della Procura Generale di Milano, è chiuso con la sentenza del Tribunale di Milano del 17 marzo 2021, e non ci sarà mai né un giudizio in appello né uno in Cassazione.

OCSE ha dichiarato che la sentenza era da considerare contraria alla Convenzione cui l’Italia ha aderito.

Le vicissitudini giudiziarie legate all’attività criminale posta in essere da alcuni ex uomini di Eni, Armanna e Amara, apparentemente allo scopo di inquinare il processo principale nell’interesse dell’attuale CEO, sono oggi sotto scrutinio del Tribunale di Milano.

L’attuale imputazione contesta ai due, Amara e Armanna, di aver calunniato il CEO in carica.

Il numero delle indagini sulla corruzione internazionale è crollato.

I due PM, De Pasquale e Spadaro, che avevano retto l’accusa a Eni per il caso OPL 245, sono stati accusati e condannati a Brescia, con un ex imputato costituito parte civile. [22]

La materia, come accennato, è oggetto di una procedura che si svolgerà davanti all’OCSE per l’ipotesi di violazione dell’art. 5 della Convenzione a carico dello Stato italiano.

Ungheria — se esiste — non è P2. I tempi sono cambiati.

Lo spettro del comunismo dell’Unione Sovietica terrorizzava ancora l’Occidente e la P2 si inserì da protagonista nelle vicissitudini della «guerra fredda», in cui l’Italia era fronte essenziale.

Le oligarchie di oggi, almeno fino a poco tempo fa, non hanno più dovuto far uso della violenza per conservare e aumentare il potere.

Oggi il potere ha sempre meno bisogno di punire o minacciare di punire con l’uso della violenza.

Si fonda su qualcosa di più silenzioso, e più efficace, adatto al fine che è soprattutto la volontà del potere per il potere, senza più ideologie che debbano sorreggere questa volontà.

I mezzi sono diversi perché è diverso il fine.

In breve, le elites odierne perseguono la lenta cattura delle istituzioni dello Stato dall’interno, svuotate o plasmate in vista di scopi diversi dall’interesse pubblico, senza certo eliminarle.

Pare ancora cruciale la dialettica amico-nemico di Carl Schmitt.

Al «nemico» non si spara — almeno così pare — ma, se serve, contro di lui si adoperano i mezzi per la sua eliminazione simbolica.

Character assassination.

Il fine generale è l’assoggettamento e il disciplinamento del Giudice

È qui che la storia che provo a raccontare trova la sua chiave di volta.

Malgrado le differenze storiche, resta un filo di un DNA simile, tra l’antica P2 e altre possibili reti occulte, ricorrente in Italia.

Il Piano di Rinascita nazionale di Gelli focalizzava l’azione politica della P2 sulla necessità di riportare all’ortodossia conservatrice il Potere Giudiziario e, in seconda battuta, il sistema dei Media.

Un Piano analogo è oggi agenda di Governo, con le riforme del Guardasigilli Nordio, e il referendum che — nettamente perduto — avrebbe dovuto essere, se vinto, negli auspici dei suoi seguaci e successori, la grande vittoria postuma di Berlusconi che, parola di Gelli, aveva tratto molto del suo programma dal Piano.

Come già Gelli predicava, il programma neo-reazionario o, se si vuole, neofascista ha necessità di contare su un sistema dei media quasi per intero asservito, e oggi l’incubo-sogno di Gelli pare realtà.

La notizia, grave per il Paese, che l’OCSE deciderà sulla fondatezza di un ricorso contro l’Italia per violazione dell’art. 5 della Convenzione, è passata sotto silenzio.

Dei processi Eni ancora in corso, non si può più parlare, come se la verità giudiziaria fosse stata raggiunta in fase di indagini e nessuno debba permettersi di revocarla in dubbio, con una lettura dei fatti alternativa a quella ortodossa.

Accidentato percorso di Ungheria

Ai PM di Milano, Amara dice di essere entrato in «Ungheria» attraverso l’OPCO — cenacolo apparentemente scientifico-giudiziario — che era governato da un magistrato, Tinebra, che ha fatto e disfatto forse la storia d’Italia ma che è pochissimo noto.

Poi da OPCO, nessuno sa come, nasce Ungheria e il baricentro dell’attività da Siracusa passa a Roma.

Uno degli scopi denunciati da Amara era la penetrazione criminale dentro il Consiglio Superiore della Magistratura, come grimaldello per indebolire la magistratura, asservirla, deviarla dai doveri che la Costituzione le impone.

Non è vero?

Amara fa una sessantina di nomi, tutti eccellenti e alcuni al di sopra di ogni sospetto; il suo collega, Calafiore, riferisce alla Procura di essere in grado di rintracciare la persona a Dubai che conserva la lista completa degli affiliati, ma l’esito delle indagini non è confortante, anzi non c’è.

Il fascicolo da Milano viaggia per Perugia con un ritardo di mesi, durante i quali i verbali di Amara diventano il segreto di Pulcinella in tutta Italia; Perugia archivia l’accusa ma onestamente avvisa che Amara è tutt’altro che un millantatore e che erano state trovate le prime prove di riscontro alle sue dichiarazioni; Perugia, imputando alla “fuga di notizie” la sopravvenuta impossibilità di far di più, ritrasmette gli atti a Milano dove, senza nuove indagini, la Procura qualifica Amara come calunniatore; in udienza preliminare si costituiscono parte civile buona parte, non tutti, degli «ungheresi» contro il “pentito”; il Giudice Salvini rinvia a giudizio Amara ma allo stesso tempo chiede, da cittadino, che la Procura svolga le indagini mai fatte e provi a mettere le mani sulla lista di Dubai; il Tribunale si dichiara non competente ex art. 11 c.p.p. e trasmette gli atti alla Procura di Brescia dove, per quanto si sappia, il fascicolo sta.

Ultime notizie

Nel gennaio scorso un GUP di Catania ha condannato un Procuratore Aggiunto di Roma per corruzione in atti giudiziari, sulla base dell’accusa secondo cui le fu promesso il ruolo di Procuratore della Repubblica di Gela a condizione che permettesse alla difesa Eni alcuni privilegi extra ordinem. [23]

Secondo Amara, l’imputata era affiliata a Ungheria.

Nel febbraio scorso il Tribunale di Milano ha assolto Amara dall’accusa di essere il colpevole della «fuga di notizie» sui suoi verbali che, a giudizio del Procuratore di Perugia, fu la causa principale dell’impossibilità dell’indagine Ungheria. [24]

La domanda

«Amara che, certo, non è uno stinco di santo, quando confessa la sua affiliazione a Ungheria, sta davvero mentendo spudoratamente contro una sessantina di personaggi del potere di oggi che nessuno vorrebbe come nemico?»

Io non so rispondere.

Una sentenza — di condanna o di assoluzione —, all’esito di un processo pubblico su «Ungheria», non c’è, e probabilmente non ci sarà, ma, in radice, manca anche un’indagine vera condotta da una Procura.

Questo è lo scandalo.

Forse è anche la prova a contrario che Ungheria esiste.

E di questo si può, e si deve, scrivere.

Una nota di metodo

Dichiaro che userò fonti giudiziarie — quelle che ho — anche se nessun Tribunale ha ancora accertato se siano o no attendibili: se non lo facessi, mancando la sentenza, nessuno potrebbe più, né ora né mai, parlare di «Ungheria»; e sarebbe il tracollo di ogni discorso pubblico su una materia tanto scottante. In ogni caso, davanti al Tribunale della Ragione, qualunque PM o Giudice non ha più autorità di me e, come me, se vuole, deve spiegare le ragioni della sua opposta interpretazione in modo più convincente di quanto io abbia saputo fare. La presunzione di non colpevolezza — principio endoprocessuale, valido nel processo — non c’entra: lo storico non scrive sentenze, non è il suo compito né il mio; la sua ricerca va giudicata con criteri di razionalità discorsiva, fermo restando il dovere di rispettare l’onore di tutti coloro di cui parla. Sono consapevole del fatto che la grande maggioranza degli storici dell’Italia contemporanea preferisce stare alla larga dai fatti giudiziari, ma sbagliano, perché così si precludono da sé la possibilità di accertare la verità. Io sono avvocato, ho quindi la competenza necessaria per capire quali fonti sto usando e quali gradi di attendibilità possano avere. È evidente che la Storia d’Italia può essere compresa solo se lo storico e il giurista esperto uniscono le forze. Un grande esempio di una sintesi tra i due mondi viene da Giuliano Turone che, con un’azione esemplare del dovere civico che ognuno dovrebbe avere, ha scritto e scrive libri preziosi che raccomando a tutti di leggere.

E proprio per questo non chiedo di credermi. Chiedo di seguire il ragionamento.

Note e fonti

Avvertenza generale. I nomi indicati come «affiliati» a «Ungheria» (Severino, Zafarana e gli altri) sono dichiarazioni di Piero Amara, non fatti accertati: la Procura di Perugia ha archiviato l’ipotesi associativa per non aver potuto acquisire riscontri, non per averla smentita. La fonte principale è un uomo con condanne penali alle spalle: la domanda di queste pagine non è «Amara dice la verità?», ma «perché ciò che indicava come verificabile non è stato verificato?». Chi scrive è parte civile nel processo, ora trasferito a Brescia.

1. Liste P2. Perquisizione del 17 marzo 1981 a Castiglion Fibocchi (e a Villa Wanda, Arezzo), disposta dai giudici istruttori di Milano Turone e Colombo nell’inchiesta sul falso sequestro Sindona: 962 nominativi. (Commissione parlamentare d’inchiesta, pres. Tina Anselmi.)

1-bis. Liste «incomplete» / Uruguay. Le liste ufficiali sono ritenute incomplete; a Montevideo restano documenti della P2 tuttora segretati. Una specifica «lista più aggiornata» all’estero non è accertata: va presentata come ipotesi.

2. Berlusconi nella P2. Iscritto, tessera n. 1816, affiliazione 26 gennaio 1978 (atti Commissione Anselmi). La deposizione come teste nel processo Banco Ambrosiano è ricordo diretto dell’autore.

3. Processo di Roma. Assoluzione dalla cospirazione politica «perché il fatto non sussiste» (Assise di Roma, 1994; conf. appello 1996); a Gelli reati minori; la condanna in 1° grado per calunnia ai magistrati fu poi prescritta. Accusa sostenuta dalla PM Elisabetta Cesqui.

4. Legge «Anselmi». L. 25 gennaio 1982, n. 17 (governo Spadolini; «Spadolini-Anselmi»): scioglimento della Loggia P2 (art. 5) e divieto di associazioni segrete; il reato non opera retroattivamente. Relazione di minoranza di Massimo Teodori.

5. «P3» / «P4». Inchieste così ribattezzate dalla stampa (Roma 2010; Napoli 2011, Bisignani): esiti modesti.

6. OPL 245. 2011: \~1,1 miliardi di dollari (a Malabu/Etete), entro \~1,3 miliardi di dollari. In Italia gli imputati Eni assolti (2021).

7. Intercettazioni / Napoli. Il troncone milanese nasce da intercettazioni dell’indagine napoletana («P4», 2010): Bisignani intercettato con Scaroni e Descalzi; ruolo di intermediazione documentato. La frase puntuale attribuita a Descalzi e l’epiteto su Obi vanno confermati sulla trascrizione.

8. Obi e Di Nardo. Condannati in abbreviato (GUP Milano, sent. n. 2232 del 20.9.2018) e poi assolti in appello «perché il fatto non sussiste» (24 giugno 2021), assoluzione definitiva (confische revocate: \~98,4 mln \$ a Obi, \~21,185 mln CHF a Di Nardo).

9. Bisignani / Enimont. Condanna in 1° grado 1995, patteggiamento in appello 1997 (definitivo 1998).

10. Etete / Obi. Dan Etete, ex Ministro del Petrolio, riconducibile a Malabu (titolare OPL 245), condannato per riciclaggio in Francia; Obi intermediario. Nel processo italiano poi assolti.

11. Bernabè. AD di Eni 1992-1998; ha attribuito pubblicamente alla P2 gli attacchi subiti (dichiarazioni, 2017).

12. Cefis «capo P2». Tesi contenuta in un rapporto SISMI (1983) ripreso dalla pubblicistica storica: ipotesi, non accertamento.

13. Pasolini, Petrolio. Appunto 21, «Lampi sull’ENI»: titolo e pagina bianca (se scritto-e-sottratto o mai sviluppato è discusso). Cefis = «Aldo Troya»; Mattei = «Bonocore».

14. «Mare Rosso» / petrolchimico siracusano. Inchiesta della Procura di Siracusa (PM Musco; mercurio della Rada di Augusta). Studi ISS-SENTIERI: eccessi di mortalità, tumori e malformazioni nell’area Augusta-Priolo-Melilli; risarcimenti da EniChem/Syndial (oggi Eni Rewind). Le accuse penali del procedimento furono archiviate (nesso causale controverso). Soggetto: EniChem/Syndial/Eni Rewind, non «Eni» tout court.

15. Musco / Severino / Marcegaglia. Tutto il blocco è dichiarazione di Amara (interr. 6 e 14.12.2019): inchiesta «Oikothen» su società della famiglia Marcegaglia; ispezione ministeriale di Severino, con il capo ispettori Di Tommasi che esclude «comportamenti di favore» verso Amara; trasferimento cautelare di Musco (CSM, 2012); input di Severino «per conto della Marcegaglia» contro la revoca; Severino «molto legata» a Marcegaglia (presidente Eni dal 2014) e «nella lista di Ungheria» (per Vietti). È il capo C di calunnia contro Severino; Perugia ha archiviato «non riscontrato». Esito Musco: assolto dal CSM nel merito (2015, trasferimento revocato) → assoluzione annullata dalla Cassazione (2016) → destituzione finale (conf. Cass. 2019).

16. Zafarana. Comandante Generale GdF, nominato Presidente di Eni nel 2023 (governo Meloni). L’inserimento nella «lista» è dichiarazione di Amara.

17. «Questo è Cefis». Pamphlet sotto pseudonimo (Giorgio Steimetz, 1972), fatto sparire dalle librerie; editore finanziato da Graziano Verzotto (uomo di Mattei) → operazione ostile a Cefis; autore dibattuto. Fonte di Pasolini per Petrolio; copia poi acquisita dal magistrato Calia.

18. Mattei. Indagini riaperte dal PM di Pavia Vincenzo Calia; richiesta di archiviazione 2003: attentato (ordigno, manomissione allo scalo di Catania), mandanti non identificati. Dopo Mattei sale al vertice Eni Eugenio Cefis.

19. Banco Ambrosiano (Milano). Giudici istruttori Pizzi e Bricchetti; PM Dell’Osso; condanne (1° grado 1992).

20. Strage di Bologna. Sentenza su Paolo Bellini (motivazioni 2023): Gelli «mandante e finanziatore»; \~15 milioni di dollari tracciati attraverso gli atti del crac del Banco Ambrosiano. (Accertamento giudiziario in evoluzione: da attribuire alla sentenza.)

21. Memoria di Granata. «La storia così come io l’ho vista e conosciuta», 14 aprile 2019 (scritta alla vigilia della puntata di Report «L’Amara verità», 15.4.2019), rinvenuta e sequestrata nel gennaio 2020.

21-bis. Privatizzazione Eni. Trasformazione in S.p.A. nel 1992 (d.l. 333/1992, conv. l. 359/1992, governo Amato); collocamento in Borsa a Milano e New York dal novembre 1995, in più tranche, durante la gestione Bernabè, con riassetto da holding di partecipazioni a gruppo a direzione accentrata.

22. De Pasquale e Spadaro. Condannati a 8 mesi per rifiuto di atti d’ufficio, per il mancato deposito di elementi ritenuti favorevoli alle difese nel processo Eni-Nigeria (Trib. Brescia, ottobre 2024; condanna confermata in appello il 16 ottobre 2025).

23. GUP di Catania. Sentenza in abbreviato del 19 gennaio 2026: condanna a 2 anni e 8 mesi per corruzione in atti giudiziari dell’ex Procuratore della Repubblica di Gela, oggi Procuratore Aggiunto a Roma; nello stesso procedimento, rinvio a giudizio di Amara.

24. Fuga di notizie. Tribunale di Milano, 20 febbraio 2026: Amara assolto; condannato a 2 anni e 6 mesi, per diffamazione, l’ex manager Eni Vincenzo Armanna. Resta ignota la fonte della divulgazione dei verbali.


  1. Nel processo comparve come testimone anche Berlusconi. 

  2. Il GUP del giudizio abbreviato prima condannò Di Nardo e Obi per concorso in corruzione internazionale e poi la Corte d’Appello, dopo che il Tribunale di Milano a marzo 2021 aveva assolto tutti gli altri imputati dalla stessa accusa, assolse anche loro e, credo, finalmente poterono mettere le mani sul denaro che spettava loro. 

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